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In attesa di quello matto, la pandemia aveva effettuato scacco all'umanità attraverso le precise disposizioni impartite dalla natura e così l'uomo fu costretto a fermarsi per riflettere, imparare e non distruggere più il mondo con quel suo fare disordinato, arrogante ed avido.
La natura poteva così finalmente respirare e nel suo movimento armonioso, non separato affatto dal fluire dell'immensità, poteva nuovamente esprimere nella forma materiale la sua insondabile bellezza, sino a quel momento devastata, contaminata e brutalmente violata dal virus dell’umanità.
Il tempo esiste oggettivamente?
Oppure è il risultato della limitata percezione dell'osservatore, incapace dal suo centro di visione così angusto e condensato, di guardare l'intero orizzonte degli eventi?
Una delle teorie umane più accreditate è che il mondo per come lo conosciamo, è il risultato del big bang, un punto di inizio dal quale deriva tutto quello che c'è adesso. L'essere umano, che osserva e misura l'orizzonte degli eventi, indica pertanto sé stesso come l'accadere adesso di ciò che è stato, ovvero l’origine: il big bang.
Dunque c'è l'uomo, il suo orizzonte degli eventi, dietro al quale c'è stato il big bang.
Supponiamo però che il big bang sia un osservatore di sé stesso ed osservando tutto ciò indichi invece la sua espressione come causa da cui c'è l'effetto di tutta la manifestazione esistente, pertanto essendo causa, tutto ciò che accade è il risultato effettivo di sé stesso, quindi essendo lui l'orizzonte dell'accadere, ciò che sta accadendo è allora già accaduto, per questo c’è ogni volta un fatto avvenuto a seguito di ogni suo minimo movimento.
Come una meteora che sfreccia nello spazio lasciando una scia di detriti in espansione, egli è il nucleo, ovvero l'orizzonte degli eventi ed i detriti sono l'accaduto: uno sciame immane di conseguenze.
La situazione si inverte paradossalmente quando è l'uomo ad indicare sé stesso come orizzonte degli eventi: egli dice, come osservatore, che essendo il big bang accaduto, il risultato è ciò che sta accadendo adesso e dunque il big bang essendo trascorso, ora ha posto in essere l'uomo ed il mondo così com'è.
Naturalmente anche BDF-3299, se fosse un osservatore conscio, vedrebbe l'orizzonte degli eventi coincidere con il movimento di sé stessa, pertanto tutto ciò che c'è, accadendo dopo, è dunque finito già.
Sembrerebbe allora che l'orizzonte degli eventi coincida con la visione di un osservatore che, nell'atto del percepirlo, produrrebbe il proprio tempo. Però così ogni osservatore avrebbe un tempo relativo, pertanto, dov'è posizionato l'orizzonte degli eventi esattamente?
Innanzitutto, per osservare senza un punto di visione fermo tutto ciò, altrimenti questo significherebbe una ennesima posizione certa, nota, delimitata, ristretta e finita, che vedrebbe ancora parzialmente da una visione colorata dai suoi stessi limiti, occorre chiedersi: l'uomo, esisterebbe senza big bang?
Ed il big bang, esisterebbe senza l'uomo?
Inoltre non stiamo considerando tutti i detriti: le galassie, le innumerevoli stelle, costellazioni, pianeti, forme di vita, manifestazioni animate o meno e tutto ciò che è il risultato stesso ed implicito del big bang, ovvero il misurabile che esiste. Quindi appare chiaro che, in dipendenza dell'osservatore che si costituisce come un centro di visione, si determina un tempo ed un orizzonte degli eventi particolare e consono a quel centro stesso che si proietta in quell'ora. Perché c'è separazione tra big bang, detriti, osservatore ed orizzonte degli eventi?
Non è forse proprio dall'attrito di questa frammentazione che vengono in essere gli osservatori? Dando per scontato che in questo momento l'osservatore è l'uomo; che tutto ciò che ha teorizzato, misurato, descritto, valutato e fissato, sia alla fine una definizione ed una conclusione impressa che deriva dalla sua capacità di visione, proveniente dalla superficie minuta del suo tempo, potrebbe asserire senza ragionevole dubbio che tutta la realtà, compreso il tempo, esista oggettivamente così come lui immagina sia, se lui stesso non esistesse?
Come rispondereste a questa domanda, ma soprattutto, come la indaghereste? Costituendovi come un osservatore separato, o percependo la questione nella sua interezza perché realtà, visione e tempo sono alla fine un unico fenomeno? Scoprire questa verità, dapprima logicamente e poi successivamente percependo l'integrità inscindibile dell'orizzonte degli eventi senza manifestare più un osservatore che vede e sceglie, è ritrovarsi oltre il tempo come misura, ad un passo appena dall'immensità, dove non c'è più spazio per paradossi, conclusioni, supposizioni, credenze, ideologie, parzialità e divisioni, che manifestano solo il misurabile, che è ogni volta, sempre il già accaduto.